Presentazione di Nino Campagna 

Giuliano Pini, pittore di non immediata comprensione, continua da anni a fornire con le sue opere una sofferta testimonianza di vita. E' nato a Firenze e cresciuto a Sesto Fiorentino in un ambiente decorosamente modesto; poi, una volta stabilitosi nella citta del giglio, ha scelto per vivere e lavorare il fiorentinissimo quartiere di San Pierino.

E proprio nel cuore di Firenze ha raggiunto la sua maturità artistica, non dimenticando mai la sua origine di pittore autodidatta, perfettamente consapevole di essere in qualche modo debitore alla sua "natura" che l'ha dotato di mezzi espressivi non comuni.

Per indole appartiene a quelle persone che ascoltano con interesse, ti guardano fisso negli occhi cercando di intuire ciò che le parole non riescono ad esprimere, e, una volta colto "il progetto", si rende disponibile senza remore, perché proprio con l'utopia e con l'entusiasmo che si esalta; un entusiasmo proprio dei fanciulli, di coloro che continuano a credere nell'impossibile e che in questo sogno sono disposti a investire se stessi. 

Sa fare, come egli stesso tiene sempre a ribadire, soltanto il pittore e proprio nella pittura trova la sua unica giustificazione di vita. A dipingere ha cominciato prestissimo, con la forza della disperazione e il coraggio dei temerari, di coloro che pretendono di vivere di arte e con l'arte. Alla pittura ha finito quindi con l'aggrapparsi, come il naufrago alla scialuppa, conscio di essere appeso ad un filo, di navigare sempre in acque pericolose, spesso infide. La precarietà di questa professione, innestandosi in una natura particolarmente sensibile, ha contribuito ad acuire le sue insicurezze, le sue paure, le sue angosce. Da questo substrato sono nati gli spettri, gli incubi, le visioni con cui si è ormai rassegnato a convivere.

Occhi esperti hanno immediatamente capito, tanti anni fa, di trovarsi di fronte ad un artista eccezionale e ne hanno incoraggiato l'opera. E di incoraggiamento il Pini ne ha avuto bisogno e continua ad averne. Infatti, come quasi tutti gli artisti, non è dotato della scorza necessaria per far fronte alle quotidiane difficoltà della vita e di conseguenza è nudo ed indifeso anche rispetto alle vicende più insignificanti. Da qui i continui alti e bassi, i momenti di febbrile creatività che si alternano con una pericolosa apatia, fino a sfociare in una vera e propria prostrazione. Il lavoro, che da lui non procede mai a ritmi veloci, gli costa un'immane fatica e purtuttavia non sono rari i momenti in cui soccombe alla precisa sensazione di non sapere o poter rispondere appieno alle proprie esigenze pittoriche, di non riuscire ad esprimere quello che gli brucia dentro. In questi casi è capace di ripudiare la creazione di un'intera giornata, di interi periodi e di maledire l'inutile quanto vano tentativo di trovare punti certi di orientamento, per venir fuori da quel labirinto in cui finisce regolarmente per cacciarsi. Ecco quindi le crisi ricorrenti e l'assoluto bisogno di una mano, che proprio in questi frangenti si dimostra l'unico appiglio per non essere inghiottito dalle sabbie mobili della propria impotenza.

La critica, come sempre, non è unanime nei suoi giudizi su questo pittore, definito da Carlo Ludovico Ragghianti il fenomeno quasi incredibile di un grafico erede di Botticelli e osservante di Michelangelo. Tutti gli riconoscono la nitidezza del segno, la sontuosità dei colori, la grandiosità del progetto, ma molti si fermano alle soglie della sua pittura, non riescono a penetrarla e hanno quindi con la stessa soltanto un rapporto epidermico. Anche tra gli esperti ho sentito ormai troppo spesso il discorso sui due Pini. Il Pini degli anni giovanili, preda dei suoi fantasmi, lacerato dall'angoscia, incapace di controllare la sua sofferenza, di sublimare il suo tormento, e un Pini piu maturo, definizione spesso benevola, con cui si suole camuffare un venire a patti con la propria coscienza, alla ricerca di onorevoli compromessi.

Personalmente non vedo alcuna frattura tra i due periodi. Giuliano Pini ha solo testimoniato e continua a testimoniare un suo percorso artistico, sostituendo magari al grido, il lamento; alla frusta, la carezza. E poco importa sapere se egli stesso col tempo abbia preso coscienza di questi diversi stadi di uno stesso sviluppo. L'artista non deve spiegare nulla, nè a se stesso nè agli altri; deve solo esprimersi come sa e come può. A spiegare, a sezionare, a cercare riferimenti certi o presunti ci penseranno poi i critici, ai quali non sfuggiranno di certo le tracce indelebili lasciate dallo scorrere inesorabile del tempo e cercheranno di interpretare le stratificazioni delle più diverse esperienze. L'artista tuttavia è solo col suo tormento esistenziale, solo con le proprie ferite, che prima o poi magari finiranno col rimarginarsi, dopo aver però segnato l'anima con cicatrici che ne rendono sempre vivo il ricordo e doloroso il rimpianto. Si, proprio il rimpianto, perché retrospettivamente si finisce col rimpiangere anche il dolore, quella indescrivibile sofferenza legata a attimi pieni, in cui è davvero difficile stabilire se si è profondamente felici o profondamente infelici.

Col tempo Pini ha forse acquisito più sicurezza nel tratto, più padronanza formale degli elementi coreografici, dedica magari più riguardo ai contorni, più attenzione ai particolari, ma i personaggi, pensierosi o sereni che essi siano, rimangono fedeli alla sua ispirazione originaria. Adesso, inevitabilmente, è più la memoria ad assumere un ruolo decisivo, a fi1trare impressioni e immagini e a velare tutto con una sofferenza sublimata, che tradisce una umanità segnata dal peccato originale, votata più alla rassegnazione che alla resa. Ma l'alone di mistero è sempre lo stesso: i quadri del Pini sono affascinanti e magici al contempo. Essi continuano a turbare come sempre e come sempre non si lasciano guardare in modo asettico, anzi finiscono non di rado a provocare sensazioni "pericolose", perchè non sono in tanti a possedere gli anticorpi necessari ad evitare un più che probabile contagio. Le sue figure tormentate, stanche, deluse non hanno nulla di solenne o di gigantesco; nel mondo di Giuliano c'è soprattutto spazio per il dolore, per la sofferenza. Quelle mani dalle unghie rapaci, non sempre gradevoli a vedersi, che qualche volta sembrano addirittura volersi staccare dalla tela, quasi pronte a dilaniare l'animo di chi sta loro di fronte, danno corpo ad un indicibile turbamento. Dalle sue immagini trasudano sensazioni strane che finiscono col coinvolgere. L'incanto, così caro a Pini, corteggia, seduce, avvince, sconvolge. Trovare definizioni per tutta questa gamma di sensazioni sarebbe impresa ardua per chiunque. Forse l'atteggiamento più consono da consigliare in casi del genere è quello di cercare una propria chiave di lettura per questo mondo fantastico e irreale. Questo potrebbe essere un modo di rispondere alle "provocazioni" del Pini, un pittore di certo non "idilliaco" e per certi versi "difficile", il cui mondo interiore, popolato da angosce e da incubi, finisce col contagiare. 

Lasciatemi tuttavia concludere queste riflessioni con un consiglio, che vuole essere quasi un invito. Spesse volte capita, leggendo un racconto o una poesia capaci di coinvolgerci fino alla commozione, di avvertire la precisa sensazione che quell'autore o quel poeta abbiano colto sentimenti "nostri", espresso emozioni a noi non estranee, finendo col parlare - senza saperlo - di noi, delle nostre paure, delle nostre frustrazioni, delle nostre ansie e, perché no, delle nostre speranze. Ebbene i disegni, i quadri del Pini devono essere osservati con la stessa aspettativa, covando la recondita speranza che il messaggio in essi contenuto, come ha mirabilmente descritto Kafka, ...sia rivolto proprio a te, ultimo suddito di uno sconfinato impero....

Questo messaggio, purtroppo, non arriverà mai, "ma è così bello accarezzarne l'attesa come in un sogno, al calar della sera". (Un messaggio dell'imperatore).

Nino Campagna

Presidente dell'Associazione Culturale Italo-Tedesca di Pescia
[Savonarola notturno - Tempera su tavola, cm. 40x60]
Savonarola notturno - Tempera su tavola, cm. 40x60
[La caduta di Fetonte - Olio su tavola, cm. 43x60]
La caduta di Fetonte - Olio su tavola, cm. 43x60

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